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Agribusiness Against Senegal

“E’ sempre difficile quando vengono a dirti di lasciare il posto dove vivi” racconta Aliou Sow, capo del villaggio Kadundi, situato a circa un kilometro dall’attuale perimetro del campo, così come viene chiamato dai locali il faraonico quanto controverso progetto Senhuile. 20 000 ettari destinati all’agricoltura di biocarburanti nella riserva di Ndiaël, in Senegal, una zona umida classificata d’importanza internazionale e protetta dalla convenzione di Ramsar.

Sostenuto dal Governo Senegalese e controllata per il 51 per cento dall’italiana Tampieri Financial Group, l’investimento ha trovato l’opposizione della popolazione autoctona, i pastori Peul, che da secoli occupano e preservano il fragile equilibrio di queste terre aride, dove l’acqua è un bene prezioso e la natura fonte di sostentamento per circa 9 000 persone.

Disseminati in una quarantina di villaggi, i Peul della riserva d Ndiaël vivono principalmente di allevamento estensivo. Lo stanziamento del campo agricolo Senhuile, la cui estensione è equivalente all’intera regione Veneto, li sta privando della terra per il pascolo, dell’accesso ai punti d’acqua dolce e della legna da ardere, obbligandoli de facto ad un’ evacuazione forzata.


Mentre nel 2008 il Senegal attraversava una grave crisi alimentare, gli ettari di terreno accaparrati dalla multinazionali dell’agribusiness non hanno cessato di crescere, passando dai 168 000 nel 2008 a più di 844 000 oggi. Si tratta di uno degli effetti perversi della direttiva Europea che fissa un obiettivo obbligatorio minimo del 10% per i biocarburanti entro il 2020. “Tutti gli Stati si sono precipitati sui biocarburanti, che non solo non contribuiscono alla riduzione dei gas a effetto serra, ma si rivelano come il principale motore mondiale dell’accaparramento delle terre a profitto delle firme dell’UE” denuncia
l’associazione Grain.

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